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Ubriacamento collettivo

L’eccesso di lavoro, la diminuzione del proprio tempo, la distruzione dell’ambiente sono figli bastardi della crescita e del debito nel nostro tempo.
Conosciamo solo una società dei consumi nella quale i cittadini hanno ipotecato il futuro per beni non necessari. Lo sviluppo di questa società è un furto di energie, tempo, pensieri. Perché crescere? Per quale fottuto motivo bisogna lavorare come schiavi per 40 anni e più e poi morire? Per i profitti delle multinazionali? Per la politica elettorale dei partiti legati mani e piedi alle lobby? Che significato ha questa fantomatica crescita? Nessuno. Un ubriacamento collettivo, un sabba infernale del debito eterno senza risorse.
Uno degli aspetti più micidiali dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore.
Gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, di quelle scatolette con cui immettersi nel traffico?!
Dovremmo sempre pensare, con una coscienza perfetta:
“Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di qualche euro al mese e di un’illusione di benessere futura, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”.

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Decalogo-antinucleare

1. Il nucleare è molto pericoloso
La tragedia di Cernobyl ha dimostrato la pericolosità di questa fonte di energia. Quell’incidente ha causato e
causerà ancora nel futuro centinaia di migliaia di vittime e ancora oggi a 23 anni di distanza le ricerche
scientifiche mostrano ancora impatti sia sulla flora che sulla fauna. Cresce l’evidenza di leucemie infantili
nelle aree vicino alle centrali nucleari.
2. Il nucleare è la fonte di energia più sporca
Le centrali nucleari generano scorie radioattive. Le scorie a vita media rimangono radioattive da 200 a 300
anni, le scorie a vita lunga anche miliardi di anni e non esiste ancora un sistema per la gestione in sicurezza
delle scorie nel lungo periodo.
3. Il nucleare è la fonte di energia che genera meno occupazione
Gli obiettivi europei per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica al 2020 valgono il triplo del piano nucleare
di Enel in termini energetici e creerebbero almeno 200 mila nuovi posti di lavoro “verdi” e dunque 10-15 volte
l’occupazione indotta dal nucleare.
4. Il nucleare è troppo costoso
Secondo il Dipartimento USA dell’energia un EPR costa, in euro, 7,5 miliardi, una cifra ben maggiore rispetto
a quanto propagandato da Enel e governo (4,5 miliardi). Se poi teniamo conto dello smaltimento delle scorie
e dello smantellamento e bonifica degli impianti nucleari, i costi per noi e le future generazioni saranno
ancora più elevati.
5. Il nucleare non è necessario
Entro il 2020 le fonti rinnovabili, insieme a misure di efficienza energetica, sono in grado di produrre quasi
150 miliardi di kilowattora, circa tre volte l’obiettivo di Enel sul nucleare, tagliando drasticamente le emissioni
di CO2.
6. Il nucleare è una falsa soluzione per il clima
Il nucleare è una scelta inutile ai fini climatici, visto che le centrali saranno pronte certamente dopo il 2020 e
invece bisogna ridurre oggi le emissioni di gas serra. Investire sul nucleare sottrae risorse alle fonti davvero
pulite, efficienza energetica e rinnovabili.
7. Il nucleare non genera indipendenza energetica
Se il nucleare dovesse tornare in Italia, continueremo a importare petrolio per i trasporti e diventeremo
dipendenti dall’estero per l’Uranio e per la tecnologia, visto che il nuovo reattore EPR è un brevetto francese.
E, comunque, la Francia leader del nucleare ha consumi procapite di petrolio superiori a quelli italiani.
8. Il nucleare è una risorsa limitata
L’Uranio è una risorsa molto limitata destinata a esaurirsi in poche decine di anni. Nel caso venissero costruiti
nuove centrali, l’esaurimento delle risorse di Uranio si accelererebbe.
9. Il nucleare non ha il sostegno dei cittadini
Gli italiani hanno detto NO al nucleare con un’importante scelta referendaria. Oggi i sondaggi di opinione
rivelano che la maggior parte dei cittadini non vuole una centrale nucleare nella propria Regione.
10. Il nucleare: più è lontano e minori sono i rischi
Alcuni sostengono che il rischio nucleare c’è già, essendo l’Italia circondata da reattori. È una affermazione
scorretta: anche se non è mai nullo, il rischio per le conseguenze di un incidente diminuisce maggiore è la
distanza dalla centrale. Le Alpi, come si è visto nel caso di Cernobyl, sono una parziale barriera naturale per
l’Italia.

decalogo-antinucleare

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Isteresi ambientale-sociale-cognitiva.

L’umanità rischia un’imminente decimazione e forse l’anticipata estinzione. È una previsione logica che deriva dalla realtà dei fatti che ognuno di noi nel proprio intimo riconosce anche se non riesce ad agire di conseguenza. Le due cause fondamentali dell’attuale realtà sono il modo di interagire fra di noi e con l’ambiente. L’interazione fra di noi è fondata sul presupposto che la soddisfazione dei nostri bisogni dipenda dall’affermazione individuale sugli altri. Questo modo ha provocato un’enorme concentrazione della ricchezza e la povertà di quasi nove esseri umani su dieci. La nostra interazione con l’ambiente è fondata sulla convinzione che la natura ci appartenga e che le risorse naturali siano illimitate. Questo modo ha provocato il superamento della capacità del pianeta di rigenerare le risorse che utilizziamo.
Abbiamo commesso e continuiamo a commettere un duplice errore. Il primo è che in natura la soddisfazione dei bisogni e l’evoluzione di un organismo vivente non sono il risultato della sua affermazione sugli altri individui della stessa specie ma derivano da una cooperazione competitiva, attraverso la quale tutti gli individui condividono obiettivi comuni e ciascuno utilizza nel modo migliore le proprie capacità per realizzarli. Il secondo è che l’umanità appartiene alla natura e non viceversa. Come tutti gli organismi viventi, la specie umana ha origine dalla natura della quale fa parte e con la quale scambia energia per vivere ed evolvere. Le risorse naturali non sono infinite e non appartengono ad alcuna forma vivente ma devono essere considerate a disposizione di tutta la biosfera.
Un sistema complesso è un insieme di parti interagenti nel quale ogni parte incide sull’insieme e l’insieme influenza e condiziona ogni parte. Quando le parti di un insieme iniziano ad interagire, si forma una struttura e l’insieme diventa un sistema, un nuovo soggetto con qualità diverse che non sono spiegabili partendo da quelle delle sue parti. Il modo di interagire delle parti di un sistema dipende dall’organizzazione delle sue parti e l’organizzazione dipende dalla struttura, intesa come disposizione delle parti. La struttura dipende dalle condizioni iniziali delle parti nel momento in cui il sistema si è formato e dalle mutazioni casuali che avvengono nella riproduzione. Quindi, le condizioni iniziali delle parti determinano la struttura del sistema e la struttura del sistema determina l’organizzazione delle sue parti. Quando cambiano le condizioni iniziali, possono cambiare anche la struttura e quindi l’organizzazione. Questo processo di cambiamenti, non sempre migliorativi, è l’evoluzione. Attraverso questi cambiamenti si è formato un organismo vivente dal quale è emersa la mente. Dall’interazione fra mente, organismo dal quale emerge ed ambiente si è formata la coscienza, la consapevolezza di sé.
La complessità di un sistema dipende dalla quantità di interazioni fra le sue parti. Un sistema è tanto più complesso quanto più complesse sono le parti dalle quali è formato. Lo stato di un sistema è l’insieme delle sue variabili misurabili e dipende dalla sua organizzazione che, come già visto, dipende dalla struttura. Un sistema complesso è qualcosa di più ma anche di meno della somma delle sue parti. Di più perché ha qualità che le sue parti non hanno. Di meno perché l’organizzazione inibisce talune potenzialità delle sue parti. Per esempio, l’essere umano può provare emozioni ed avere intuizioni ed intenzioni che non si trasformano in azioni perché inibite dallo suo stesso organismo. Soltanto quando l’intero organismo è in condizioni di particolare criticità, quelle potenzialità possono emergere ed in particolari condizioni attrarre altri organismi con le medesime potenzialità, facendo compiere al sistema un salto evolutivo. Questa relazione fra potenzialità del sistema e delle sue parti esiste sia nelle singole cellule sia nell’intera biosfera.
L’essere umano è un sistema complesso. Ognuno di noi è formato da cellule formate da atomi formati da particelle elementari subatomiche formate da onde di energia che ad una determinata velocità prendono massa. Siamo esseri viventi e come tali in grado di modificare noi stessi e l’ambiente per occupare il massimo spazio possibile. Come tutti gli esseri viventi, siamo il risultato di un programma che in base a determinate condizioni stabilisce da quali elementi siamo formati ed il modo di interagire fra di noi e fra noi e l’ambiente. Possiamo modificare anche improvvisamente il programma se cambiano le condizioni. Siamo isolati dall’ambiente esterno con il quale tuttavia scambiamo energia. Possiamo rigenerare noi stessi con il ricambio. Ci adattiamo agli stimoli esterni ed abbiamo enzimi che attraverso reazioni chimiche svolgono precise funzioni organiche. Siamo animali intelligenti, la forma di vita più evoluta del pianeta sul quale viviamo e forse dell’intero universo.
L’umanità, quale insieme organizzato di esseri umani, è un sistema ancora più complesso dei singoli individui che ne fanno parte. Ha origine dalla interazione dei primi organismi formati da eucarioti che fin dall’inizio hanno dovuto lottare per la sopravvivenza scambiando risorse con la natura, passa attraverso i primati bipedi ed arriva all’uomo moderno. Le difficili condizioni iniziali dell’umanità richiedevano la forza e l’adattabilità dei singoli individui. Queste due qualità estremamente selettive hanno determinato una struttura gerarchica, una sorta di piramide a scale fondata su diversi livelli a doppia valenza: chi si trova su un certo livello rappresenta la totalità rispetto a chi si trova sui livelli inferiori mentre rappresenta solo se stesso rispetto a chi si trova sui livelli superiori. Questa struttura ha determinato l’organizzazione degli esseri umani e quindi il loro modo di interagire. Resiste chi prevale su altri. Con questa struttura, l’umanità è giunta fino ad ora.
Questa struttura organizzativa ha assunto diverse forme ed apparenze ma è rimasta sostanzialmente invariata, mantenuta od imposta con la forza o con l’inganno, con la violenza fisica o con diverse strategie di consenso. Tutta la nostra storia dimostra che ogni forma di organizzazione umana è sempre stata costituita da un vertice con pochissime persone ben organizzate allo scopo di mantenere la posizione, alcuni livelli intermedi con una stretta minoranza che sostiene se stessa ed il vertice, i livelli inferiori con tutte le altre persone atomizzate, disunite e quindi dominate. Così sarà finché non si modifica la struttura. Perché accada, deve essere necessario e possibile. Per stabilire se sia necessario, bisogna esaminare la realtà del presente ed i suoi effetti. Per stabilire se e come sia possibile bisogna confrontare le condizioni attuali con quelle iniziali in base alle quali la struttura si è formata.
Nel 2009, la popolazione umana è formata da 6,8 miliardi di persone di 305 etnie, metà maschi (50,26%) e metà femmine (49,74%),. L’età media è di 28,4 anni, il 27,2% (1.850 milioni) ha meno di 15 anni, il 65,2% (4.433 milioni) da 15 a 65 anni ed il 7,6% (516 milioni) oltre 65 anni. Era formata da meno di 1 milione di individui 70.000 anni fa, 200 milioni 2 mila anni fa, 310 milioni 1.000 anni fa, 1.650 milioni 100 anni fa, 2.518 milioni 50 anni fa, 6.070 milioni nel 2.000 e sta aumentando dell’1,167% ogni anno. È aumentata di 10 volte negli ultimi 300 anni e secondo le stime dovrebbe essere di 7 miliardi nel 2011, 8 miliardi nel 2024 e 9 miliardi nel 2042. Per effetto della probabile transizione demografica, i tassi di mortalità e natalità si stanno riducendo: prima si riduce il tasso di mortalità, poi quello di natalità ed infine i tassi di mortalità e natalità si eguagliano. L’aspettativa media di vita è oggi di 66,6 anni, 64,5 per i maschi e 68,7 per le femmine.
Dei quasi 5 miliardi di persone con almeno 15 anni, poco più di 4 miliardi sanno leggere e scrivere. La forza lavoro è di 3,17 miliardi di persone, il 40% in agricoltura, il 20,6% nell’industria ed il 39,4% nei servizi. I disoccupati sono oltre 250 milioni, i sottoccupati oltre 500 milioni. Gli uni e gli altri sono in aumento. La ricchezza mondiale prodotta ha un valore monetario di 62 trilioni di dollari, pari a circa 69,5 trilioni di dollari internazionali (calcolati secondo la parità del potere d’acquisto), per il 4% derivante dall’agricoltura, il 32% dall’industria ed il 64% dai servizi.
Circa 4 miliardi di persone hanno almeno vent’anni d’età. Di queste, L’1% detiene il 40% della ricchezza del pianeta, un altro 1% detiene il 10%, un altro 8% detiene il 35%, un altro 40% detiene il 14% ed il restante 50% detiene l’1%. Ne deriva che il 10% della popolazione detiene l’85% della ricchezza totale. Ciò significa che mediamente ciascuno dei due che hanno di più dispone di una ricchezza pari a 2.500 volte quella di ogni persona della metà che ha di meno. Da questa sproporzione deriva una serie di conseguenze fra le quali quasi un essere umano su sei soffre la fame e la sete, uno su dieci muore di malattie che sarebbero curabili, uno su quattro non sa leggere e scrivere. Intanto, si spendono quasi 1.500 miliardi di dollari l’anno per produrre armi. Ed ogni anno questa spesa aumenta di circa il 4%.
In questa situazione, è purtroppo fin troppo facile prevedere l’aumento della disoccupazione e della povertà, la riduzione dei consumi primari, la chiusura di numerose imprese ed il fallimento degli stessi stati nazionali, la perdita di potere d’acquisto delle monete. Questo sta già accadendo rapidamente ed in tutto il pianeta.
Dal 1986 abbiamo superato la capacità del pianeta di rigenerare le risorse che utilizziamo. Nel 2005 il deficit ecologico è stato del 6%. Ed è previsto che nel 2010 sia del 13%, nel 2025 del 40% e nel 2050 del 102%. Fra 40 anni, l’umanità avrebbe quindi bisogno di due pianeti come la Terra. Questa situazione deve assolutamente essere modificata. In quanto tempo? È la prima volta che un organismo vivente minaccia la distruzione dell’intera biosfera e non è facile calcolare i tempi. Tuttavia, considerando l’isteresi, per effetto della quale i sistemi fisici e biologici reagiscono in ritardo alle sollecitazioni che ricevono ma poi la reazione diventa irreversibile, si calcola che il non ritorno sia il 2012. Se entro quel termine non avremo già iniziato a modificare realmente il nostro rapporto con la natura, il processo in corso non potrà più essere invertito. Ecco perché ci troviamo in un momento unico ed eccezionale della storia non solo dell’umanità ma dell’intero pianeta.
Questa situazione economica ed ambientale è nota e fin troppo percepibile ma non si riesce a trarre la logica conclusione che è necessario cambiare. Forse quasi tutti lo vorrebbero ma non hanno la forza e la volontà di fare quello che sarebbe necessario. Ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è nella storia. Con l’appropriazione indebita. Sottraendo le risorse e sfruttando il lavoro. Prima con la forza delle armi, poi con l’inganno della moneta. Con le armi si sono depredate le popolazioni di interi continenti e stabiliti i primi privilegi, fino a raggiungere un distacco insormontabile fra i pochi con moltissimo ed i tanti con poco o nulla. Con la moneta si è consolidato ed aumentato il distacco, pagando le risorse ed il lavoro a prezzi bassi e facendo pagare i prodotti ottenuti dalle risorse e dal lavoro a prezzo elevato per ottenere il massimo profitto. L’inganno è l’assoluta assenza di valore reale della moneta adottata, che prende valore solo perché per legge deve essere accettata.
La moneta a corso legale è diventata il mezzo fondamentale per mantenere la struttura del sistema umano. Privati, istituzioni, organizzazioni, eserciti, armi, droghe, corruzione, mezzi di informazione, tutto si può comprare con questa moneta. In qualche modo, dal più sfacciato al più mascherato, con la moneta a corso legale si può pagare il corpo e lo spirito della gente. E tutto per concentrare sempre più ricchezza in poche mani attraverso il profitto, lo scopo principale che il sistema economico assegna alla produzione. Invece di produrre per soddisfare bisogni, si consuma per produrre e si produce per il profitto. Un paradosso che si spiega soltanto con una struttura gerarchica ed un’organizzazione che fanno dipendere la sopravvivenza e lo sviluppo umano da una moneta che non vale nulla. Così, meno di un quarto di noi consuma oltre tre quarti della ricchezza del pianeta. Una situazione sempre più insostenibile nella misura in cui chi vive male riesce a comprendere le cause che la determinano e si ribella.
Anche il sistema politico è effetto della concentrazione della ricchezza. Nelle prime società ad economia agricola le risorse erano in comune ed il capo era al servizio della comunità. Governava senza dominare. Se non svolgeva
correttamente la sua funzione od abusava del suo potere veniva sostituito. E se resisteva veniva soppresso. Poi, in ogni società umana, una minoranza è riuscita ad impossessarsi della maggior parte delle risorse e dei prodotti e da quel momento ha stabilito la propria supremazia imponendo anche, nel proprio interesse e con diverse tecniche, chi dovesse avere il potere sugli altri. In quel momento il governo si trasforma in dominio. Il dominio nasce dalla concentrazione della ricchezza. Nessuno ha mai conquistato il potere senza risorse. Anche le rivoluzioni che sembrano essere nate dalla volontà dei popoli, in realtà, come la storia ha dimostrato, sono state sempre volute e guidate dai detentori di ricchezza. Ed oggi, nonostante tutte le apparenze di democrazia, l’umanità è ancora dominata nell’interesse della minoranza che detiene la maggior parte delle risorse e della ricchezza. Chi ha maggiori risorse determina chi deve avere il potere politico. Sempre. Fino ad ora.
Considerata questa realtà, appare evidente che continuando così si avranno violente rivolte, si faranno nuove guerre e con le armi disponibili si potranno distruggere intere popolazioni se non l’intera umanità. Continuando così, il pianeta morirà e comunque fra breve non sarà più in grado di sostenere la specie umana. E questo proprio quando la scienza sta scoprendo le cause della mortalità e cercando i possibili rimedi. Quindi, è necessario cambiare. Non per finta ma davvero. Si può dominare finché i dominati lo accettano e non scatta il loro istinto di conservazione. Quando accade, le persone si informano, comprendono le cause del loro malessere, poi si uniscono ed infine agiscono. Quando il numero di persone che non ne possono più raggiunge una massa critica, cadono le normali inibizioni e tutto diventa incontrollabile. Assodata la necessità di cambiare, bisogna stabilire se sia possibile attraverso il confronto oggettivo fra le condizioni iniziali esistenti al tempo in cui si sono formati i primi organismi e le attuali condizioni della natura nel suo insieme.
Nelle condizioni iniziali in cui ha avuto origine la vita non esisteva né mente, né pensiero né coscienza. Le uniche informazioni erano negli atomi e nelle particelle subatomiche. Tutto poteva accadere per caso. I primi organismi non avevano scelta. Tutto il processo evolutivo fino a pochi decenni fa non avrebbe potuto svolgersi molto diversamente. Ogni forma di vita ha dovuto necessariamente adattare la propria strategia di sopravvivenza alle proprie potenzialità rispetto all’ambiente. Tutte, anche la specie umana. Ma, da almeno trent’anni, noi possiamo scegliere. Il progresso tecnologico ed il generale sviluppo delle capacità umane consente di soddisfare i bisogni di aria, acqua, cibo, igiene, salute, sicurezza, socialità, amore, autostima, riconoscimento, libertà, realizzazione e ricerca del senso dell’esistenza di ogni essere umano. Per ottenere questo risultato, dobbiamo solo decidere con intelligenza ed agire.
Dobbiamo cambiare la regola della selezione. Dobbiamo stabilire che tutti gli esseri umani (tutti, non solo i più forti, intelligenti, abili o fortunati) hanno il diritto di vivere dignitosamente, di soddisfare i propri bisogni senza eccessi e di essere felici. Dobbiamo stabilire che prima di soddisfare i bisogni secondari di alcuni bisogna soddisfare i bisogni primari di tutti. Dobbiamo stabilire che tutti gli esseri umani devono avere le condizioni per lavorare e produrre. Dobbiamo stabilire che le risorse naturali non appartengono a nessuno e sono a disposizione di tutti. Dobbiamo stabilire la pace universale e duratura come presupposto per il migliore sviluppo dell’intera umanità. Dobbiamo eliminare lo sfruttamento umano e lo stesso lavoro dipendente. Dobbiamo rientrare prima possibile nei limiti di sostenibilità del pianeta eliminando i consumi eccessivi, producendo beni della massima durata possibile e riducendo l’inquinando dell’ambiente.

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Il marketing tribale, tra postmodernismo e web 2.0

Come afferma Bernard Cova oggi viviamo in una situazione unica, siamo per la prima volta davvero liberi. La postmodernità sarebbe infatti caratterizzata da un estremo individualismo, “logico punto di arrivo della modernità, durante la quale si è perseguito in ogni modo l’affrancamento da tutti i legami sociali”, per questo motivo molti hanno definito l’epoca attuale anche come l’era dell’individualismo.

Al tempo stesso appaiono chiari i tentativi dell’individuo post moderno, sempre più isolato e incerto, di riaggregazione sociale e di ristabilimento di legami sociali arcaici e comunitari, sulla base di libere scelte emotive e passionali, più che razionali.

Ecco che quindi entrano in gioco quelle che Cova chiama neotribù o tribù postmoderne, ovvero gruppi che presentano una doppia identità, insieme primaria e secondaria, che rende possibile agli individui mantenere alto il livello di autonomia pur facendone parte.

Le tribù postmoderne sono più effimere, fragili e instabili di quelle tradizionali, ogni individuo infatti può far parte di più tribù, in cui svolge più ruoli, indossa maschere molto diverse fra loro e può uscire dal gruppo quando vuole. Si mantiene quindi molto alto il livello di libertà e autonomia in comunità in cui il controllo esercitato sui membri è molto più debole e non esistono regole troppo rigide o pesanti, regole che gli individui postmoderni non avrebbero intenzione di rispettare.

Questa la definizione di tribù:

Una tribù postmoderna (o neotribù) è un insieme di individui non necessariamente omogeneo (in termini di caratteristiche sociali obiettive) ma interrelato da un’unica soggettività, una pulsione affettiva o un ethos in comune. Tali individui possono svolgere azioni collettive intensamente vissute, benché effimere

Le tribù postmoderne possono avere diversa natura, legata alla diversa passione che accomuna i vari membri. Esistono comunità formatesi intorno ad uno sport estremo o ad una fede calcistica, intorno ad un hobby come il giardinaggio o l’astrologia, le associazioni ambientaliste o in difesa dei diritti umani, così come possono esistere tribù formatesi intorno ad un marchio o un prodotto. Ciò che accomuna tutte queste tribù però è la reintegrazione di rituali, assistiamo infatti alla proliferazione di rituali di ogni tipo, ognuno dei quali necessita dei propri supporti:

– Le cose (gli oggetti di culto)
– Gli abiti (costumi rituali)
– Gli spazi (i luoghi del culto)
– Le parole (formule magiche)
– Le immagini (idoli e icone)

Le possibilità offerte dal Web 2.0 combinate con il desiderio dell’uomo post moderno di comunità, fanno si che moltissime di queste comunità è tribù si configurino come virtuali. La rete infatti offre ad ogni singolo individuo la possibilità di interagire con un numero enorme di utenti e di condividere con questi interessi comuni, sviluppando un vero senso di appartenenza.

Le comunità e le tribù virtuali di fatto rispecchiano appieno le caratteristiche tipiche delle comunità e delle tribù off line. Ciò che le differenzia da queste è la possibilità di dare vita, attraverso la loro azione, ad un cultura partecipativa o ad un’intelligenza collettiva.

Ma cosa ancora più importante forse è che queste comunità rappresentano fondamentali luoghi sociali di discussione, negoziazione ed elaborazione collettiva, in cui ogni membro incita gli altri a reperire sempre nuove informazioni per il bene comune. Un’intelligenza quindi che migliora ogni volta che viene creato un nuovo contenuto e che si esprime attraverso la partecipazione e la collaborazione degli utenti in un ottica produttiva di contenuti, applicazioni e senso.

Tutto quanto detto finora vale non solo per l’individuo postmoderno ma, ovviamente, anche per il consumatore. Oggi è quasi impossibile utilizzare i tradizionali e rigidi criteri di segmentazione dei consumatori, nel tentativo di individuare i differenti stili di vita e le conseguenti attitudini al consumo. Come affermano Cova, Giordano e Pallera nel loro libro, infatti, gli stili di vita così come li definisce Eurisko non esistono più.

Il consumatore postmoderno si muove in maniera dinamica, ha diverse attitudini e desideri in relazione al momento che sta vivendo e al ruolo che sta ricoprendo in quel momento. Ognuno di noi in ogni momento della nostra giornata condivide qualcosa con gli altri, il che ci rende simili fra noi e quindi raggruppabili in un insieme. Possiamo quindi affermare che siamo passati dagli stili di vita ai momenti di vita .Tra le cose che gli individui possono condividere c’è lo spazio sociale, che può essere fisico o virtuale, e ogni spazio sociale ha insito propri codici simbolici, regole e particolari attitudini al consumo.

Compito dell’azienda diventa quindi cercare di raggiungere i propri target proprio attraverso questi luoghi e individuare le modalità più adatte per comunicare con le persone. Individuare le migliori modalità di interazione e di offrire esperienze ed emozioni al consumatore postmoderno è ciò che muove le azioni del marketing tribale ed esperienziale.

 

Alla base del marketing tribale c’è la visione e il desiderio comunitario tipico della società postmoderna, in cui il prodotto si inserisce in quanto totem intorno al quale una tribù si costituisce o in quanto supporto dei propri riti. Il marketing tribale considera quindi le tribù sottoinsiemi di consumatori poco definiti, e l’obiettivo è quello di creare tribù intorno a nuovi prodotti, intesi come vettori di comunicazione e collante sociale, o di supportare tribù già esistenti, sostenendo il legame sociale fra soggetti uniti da una passione comune.

Il marketing tribale gioca su entrambi i piani del tribalismo:

– Il legame effettivo tra due o più individui, uniti dall’affinità;
– Il legame immaginario che permette ad ognuno di sentirsi parte di un tutto comunitario legato ad un oggetto o un luogo, in modo da accedere a un immaginario globale della comunità .

Per attuare efficaci strategie di marketing tribale è necessario che l’impresa individui i raggruppamenti tribali, offra legami e non semplicemente merci e infine metta in comune le competenze delle tribù.

Una tribù è un oggetto poco definito, aperto, è un’aggregazione momentanea che grazie ad emozioni condivise e passioni comuni istaura legami comunitari fra i membri che ne fanno parte. Le aziende devono quindi essere in grado di analizzare quando una tribù nasce, ma anche saper individuare i luoghi delle tribù, i suoi spazi associativi, le sedi di culto, i suoi riti e il suo linguaggio.

Esistono molte tribù nate intorno a un prodotto in maniera spontanea, ma esistono anche tribù indotte dalle aziende, che possono crearle, sopportarle o ospitarle. Ovviamente in quest’ultimo caso le tribù nascono con chiari e dichiarati fini commerciali. Nel primo caso invece, le tribù nascono dai desideri di comunità degli utenti/consumatori e dai loro desideri di avere maggiori informazioni sul prodotto, o su un marchio, e di uno scambio di esperienze e suggerimenti; e in quanto autocostituitesi risultano agli occhi degli utenti maggiormente credibili rispetto alle tribù indotte dalle aziende.

Il secondo compito è quello di considerare un prodotto non solo un bene ma anche un mezzo per creare e mantenere legame tribale. Come già detto in precedenza ogni tribù ha i propri rituali che rinnovano e vivificano la fede nei valori comuni, e ogni rituale si avvale dei propri supporti come gli abiti e gli oggetti, ed è proprio questo terreno fertile per le operazioni di marketing. L’obiettivo dell’azione di un impresa, come leggiamo in Marketing non – convenzionale, è quello di entrare direttamente nell’ambito degli scenari delle tribù, partecipando attivamente alla costruzione delle culture di consumo.

È forse questo il compito più importante perché l’obiettivo è la fidelizzazione di tipo affettivo dei membri delle tribù ad un marchio, in quanto un marchio/prodotto è lì con i suoi clienti ed è parte attiva delle tribù, partecipando ai suoi rituali, sinonimo di emozioni ed esperienze condivise. Ci troviamo di fronte a tentativi di fidelizzazione tribale che consentono di sviluppare un legame affettivo molto più forte di quanto si possa ottenere con la personalizzazione. Il legame plurale che si crea tra i consumatori infatti, con il sostegno di un marchio, è molto più forte della relazione fra impresa è singolo consumatore. Attraverso la fidelizzazione tribale, l’impresa offre ai suoi clienti emozioni e legami sociali, proprio ciò che gli individui postmoderni ricercano oggi nel consumo.

Infine il terzo compito è quello di far uscire le tribù da una dimensione underground per diffonderla a tutto il tessuto sociale. Si passa quindi da una fase del marketing tribale intensivo, attraverso la quale il marchio sostiene la tribù, ad una fase estensiva, attraverso cui la marca cerca di “guadagnare” dalle tribù, fidelizzando nuovi clienti mediante l’aggregazione di nuovi adepti a tali tribù.

La diffusione dell’immaginario tribale all’interno del corpo sociale punta soprattutto sul passaparola. Come già detto le tribù possono conquistare una fiducia quasi incondizionata da parte degli altri utenti e hanno quindi un enorme potere di persuasione, che le imprese possono sfruttare soprattutto con operazioni di marketing virale. È necessario però operare insieme a loro, interagendo e parlando con loro. I mercati oggi sono conversazioni , e occorre che le imprese parlino con i propri clienti, ma utilizzando un nuovo registro, passando cioè da un discorso commerciale ad un discorso non commerciale.

http://bit.ly/d7irNl