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Non facciamoci prendere per il culo, please.

La Bce pochi giorni prima del Natale 2011 ha dato vita ad un maxi prestito a tre anni di 489 milioni di euro al tasso dell’1% rivolto a 523 istituti europei. Il 29 febbraio 2012 l’istituto guidato da Mario Draghi ha rifinanziato 800 banche mediante un nuovo prestito a tre anni dell’importo di 530 miliardi sempre al tasso dell’1%. In totale sono stati erogati 1019 miliari di euro.
Nella spartizione della torta la fetta più grossa è toccata alle banche italiane che hanno potuto godere di circa 270 miliardi di euro di cui 56 miliardi destinati ad Intesa San Paolo, 24 ad Unicredit e 7,5 a Mediobanca.
Il tutto sarebbe dovuto servire per evitare proprio la stretta creditizia in atto, ma a basandosi sui dati forniti dal Centro Studi dell’Associazione delle Pmi evidentemente così non è andata. Dunque sorge una domanda: dove sono finiti i soldi della Bce? In parte sono rimasta fermi a Francoforte, dove i singoli istituti hanno parcheggiato la loro liquidità. Basti pensare che all’indomani della seconda tranche di aiuti i depositi hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 777 miliardi di euro, ovvero 300 miliardi in più del giorno precedente. Su questi depositi la Bce pagava un interesse irrisorio dello 0,25%, poi azzerato il 6 luglio 2012.
Ma in parte i soldi sono stati investiti dalle banche stesse in titoli di Stato. Gli istituti italiani ad esempio, a febbraio 2012 risultavano avere in portafoglio 267 miliardi di euro in titoli.
Se le banche non si fidano a prestare a famiglie ed imprese c’è sempre l’eccezione che conferma le regola. Infatti basti pensare che Mediobanca (BIT:MB) ha prestato oltre 1 miliardo di euro a Fondiaria-Sai (BIT:FSA), l’ex compagnia assicurativa dei Ligresti. Stessa storia con Unicredit (BIT:UCG), creditrice verso il gruppo di 322 milioni di euro. Da notare che l’istituto di credito ha deciso di tagliare 5200 dipendenti entro il 2015.
Ma il punto è che Fonsai ha registrato nel 2010 un miliardo di euro di passivo, mentre nel 2011 ha messo a bilancio un altro miliardo di perdite. Dunque perché salvare un gruppo assicurativo indebitato fino al collo? Il motivo è piuttosto semplice: salvaguardare tutte le partecipazioni azionarie – nell’ordine del 4-5% – di Salvatore Ligresti in società come Mediobanca, Pirelli (BIT:PC), Gemina (BIT:GEM) e Hdp (l’attuale Rcs Mediagroup (BIT:RCS) ), la finanziaria che controlla il gruppo editoriale Rizzoli-Corriere della Sera. Società prive di azionisti di maggioranza ma che sono fondamentali per la permanenza nel settore finanziario.

di Vale Riccione