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lecito discutere di tutto tranne che di euro e di banche

Possibile che in questo Paese a vocazione suicida sia lecito discutere di tutto tranne che di euro e di banche? La moneta unica è un tabù. Chi osa criticarla passa per nemico della patria e viene trattato come un paria, un cretino cui non bisognerebbe concedere il diritto di parola né, soprattutto, quello di voto. È consentito avere dubbi sull’esistenza di Dio (per fortuna), sull’eroismo di Giuseppe Garibaldi e sull’efficacia dell’Unità d’Italia, ma è severamente vietato sospettare che l’Europa sia una fregatura e ancor più ipotizzare che convenga uscirne o rinegoziare le condizioni per rimanerci.
Quanto all’euro, si è affermato un pregiudizio: è irreversibile, come la morte. Chiunque non accetti questo dogma è considerato un idiota, un ignorante, un incolto, un leghista indegno di usufruire del suffragio universale. Perché? Nessuna risposta. L’avversario della moneta unica non merita di appartenere al rango di interlocutore: stia zitto, non pretenda di avere spiegazioni che non sarebbe in grado di comprendere. Cosicché rimane lì, a bocca aperta, con le proprie perplessità irrisolte. Hai voglia di replicare che gli inglesi non hanno mai rinunciato alla sterlina e, nonostante ciò, sono ancora vivi e vegeti; non solo, ma si stanno mobilitando per fare un referendum: mandiamo o no all’inferno l’Ue? Gli amanti (cornuti) dell’euro fanno spallucce, inconsapevoli dei tradimenti subiti dalla valuta spuria impostaci dagli speculatori più cinici: i finanzieri, i banchieri, i capitalisti predatori e infetti.
Gli economisti e i monetaristi (quasi tutti da strapazzo) talvolta si abbassano a dire: se non avessimo avuto l’euro, dove saremmo finiti? Praticamente, invece di dimostrare con argomenti persuasivi a quale catastrofe saremmo andati incontro, si limitano a chiedere a noi dove oggi ci troveremmo senza quel salvagente immaginario. Ma peggio di come stiamo ora come potremmo stare? Non esiste controprova. Ma esiste la certezza che la Svezia e la Danimarca – oltre all’Inghilterra – con le loro storiche valute sono più floride di noi. Mentre la Grecia, che ha fatto il diavolo a quattro per restare attaccata all’Ue, è in coma mentre il professore continua a dire che stanno risorgendo… Ieri, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, l’ha efficacemente descritta: un obitorio. La gente è alla fame, non ha soldi per vestirsi e pagare il combustibile del riscaldamento. La disoccupazione galoppa. È scemata ogni speranza. Vero che i greci sono dieci gradini sotto il nostro Mezzogiorno, si sono sempre aggrappati all’impiego pubblico da autentici parassiti, non producono nulla e trascurano perfino l’unica risorsa di cui sono ricchi: il turismo. Forse, se avessero conservato la dracma, se la sarebbero cavata? Mah! È un fatto che l’euro li ha spiazzati completamente.
Non c’è bisogno di avere frequentato la Bocconi per saperlo: noi italiani andiamo male da dieci anni, esattamente da quando abbiamo adottato la moneta unica. I redditi si sono compressi del 50 per cento e i prezzi sono raddoppiati. Non è uno stato d’animo, questo: sono cifre verificabili in ogni portafoglio. L’economia si è inceppata, le aziende chiudono, il dollaro va giù e l’euro va su, di modo che è complicato esportare. Che razza di Europa unita è se in Germania l’energia costa cinque e in Italia più di dieci? Se i nostri imprenditori pagano il denaro il triplo dei loro colleghi tognini? Ecco, in sintesi, lo scenario davanti ai nostri occhi e dentro le nostre tasche. Bersani, Monti e compagnia bella, cortesemente, ci illustrino i motivi per i quali sarebbe vietato apparecchiarsi per gestire l’uscita dall’euro e ricominciare a stampare banconote, affrontando la realtà con le nostre forze, anziché dipendere dagli umori di un’Unione europea a dominio tedesco che ci obbliga a correre con le gomme bucate.
Se aggiungiamo il disastro delle banche, c’è solo da spararsi. Il governo tecnico ha sparpagliato la Guardia di finanza dalle Alpi alla Sicilia a caccia di commercianti, artigiani e piccole aziende che magari, per campare, fottevano 1.000 euro allo Stato, ma s’è guardato bene dal mettere il becco negli istituti di credito, dove si bruciavano (e si bruciano) miliardi in operazioni spericolate con l’avallo di partiti predicatori di moralità.
Chi tappa ora i buchi provocati da banchieri sbancati? Bersani si informi e ci riferisca. I quasi 4 miliardi generosamente versati dall’esecutivo al Monte dei Paschi di Siena li ripianiamo ricorrendo ai signori muscolosi del recupero crediti? O con i proventi della lotta all’evasione fiscale? O con la patrimoniale?

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