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Indice di sviluppo umano

Copenhagen, 2 nov. (Adnkronos) – Sono la Norvegia, Australia e Paesi Bassi ai primi posti dell’Indice di sviluppo umano 2011 (Isu), mentre la Repubblica Democratica del Congo, Niger e Burundi sono al fondo della classifica; l’Italia, al 24° posto, occupa la stessa posizione rilevata nella precedente indagine. Il Rapporto “Sostenibilità ed equità: un futuro migliore per tutti”, basato su sanità, istruzione e reddito di 187 nazioni e territori, è stato presentato oggi a Copenhagen dall’Amministratrice dell’UNDP (United Development Programme) Helen Clark e dal Primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt, il cui nuovo Governo si è impegnato a ridurre le emissioni danesi di Co2 di un impressionante 40% nei prossimi 10 anni.
Secondo il Rapporto i progressi nello sviluppo nei Paesi più poveri del mondo potrebbero essere fermati o persino invertiti entro la metà del secolo a meno che non vengano adottate ora misure coraggiose per rallentare il cambiamento climatico, prevenendo ulteriori danni ambientali e riducendo le profonde disuguaglianze all’interno e fra le nazioni. La sostenibilità ambientale può essere più equamente ed efficacemente raggiunta affrontando tutte insieme le disuguaglianze sanitarie, educative, reddituali, e di genere con l’esigenza di un’azione globale sulla produzione di energia e la protezione degli ecosistemi.
”La sostenibilità non è esclusivamente o soprattutto una questione ambientale” scrive Helen Clark nella prefazione del Rapporto. ”Riguarda fondamentalmente il modo in cui noi decidiamo di vivere le nostre esistenze, con la consapevolezza che ogni cosa che facciamo ha delle conseguenze per i 7 miliardi di nostri simili che abitano il pianeta oggi, come pure per gli altri che verranno in futuro.”
Nonostante siano stati registrati negli ultimi anni notevoli progressi nello sviluppo umano, il Rapporto afferma che la distribuzione del reddito è peggiorata, persistono ancora gravi squilibri di genere, e l’accelerazione nella distruzione dell’ambiente impone un ”doppio fardello di deprivazione” sulle famiglie e le comunità più povere. “Metà di tutta la malnutrizione mondiale, continua la Clark, è attribuibile a fattori ambientali”, dall’inquinamento dell’acqua alle carestie causate dalla siccità, perpetuando un circolo vizioso di impoverimento e danno ecologico.
E non è vero che gli standard elevati di vita debbano essere correlati ad un aumento delle emisioni di Co2, secondo il Rapporto infatti, mentre le emissioni di Co2 sono state strettamente legate con l’aumento del reddito nazionale degli ultimi decenni, il consumo di carburanti fossili non è in corrispondenza con altre misure fondamentali dello sviluppo umano, quali l’aspettativa di vita e l’istruzione. Infatti, molte nazioni industriali avanzate stanno diminuendo le loro emissioni di Co2 pur continuando a crescere.
”La crescita guidata dal consumo di combustibili fossili non è un prerequisito per una vita migliore in termini di un più ampio sviluppo umano,” afferma Helen Clark. ”Investimenti che migliorano l’equità – nell’accesso, per esempio, a energie rinnovabili, acqua e impianti igienici, e assistenza alla salute riproduttiva – potrebbero far progredire tanto la sostenibilità quanto lo sviluppo umano.”
Il Rapporto chiede che i servizi elettrici vengano erogati agli 1,5 miliardi di persone che attualmente non ne beneficiano e afferma che ciò può essere fatto tanto in maniera accessibile quanto sostenibile, senza un significativo incremento nelle emissioni di Co2. Questa nuova ”Iniziativa per l’accesso universale all’energia” sostenuta dall’ONU, potrebbe essere raggiunta con investimenti pari a circa un ottavo dell’ammontare attualmente speso per i sussidi sui combustibili fossili, stimati in 312 miliardi di dollari in tutto il mondo nel 2009.
Il Rapporto aggiunge la sua voce a quelle che richiedono di valutare una tassa sulle transazioni valutarie internazionali o una più ampia imposta sulle transazioni finanziarie per finanziare la lotta al cambiamento climatico e alla povertà estrema. Una tassa di appena lo 0,005% sugli scambi valutari, secondo il Rapporto, potrebbe fruttare 40 miliardi di dollari annui o più, aumentando in maniera significativa i flussi degli aiuti ai paesi poveri – ammontanti a 130 miliardi di dollari nel 2010- in un momento in cui i finanziamenti per lo sviluppo sono rimasti indietro rispetto ai livelli degli impegni assunti in precedenza, a causa della crisi finanziaria globale.
”La tassa permetterebbe a quanti beneficiano di più dei vantaggi della globalizzazione di aiutare quelli che ne beneficiano meno,” sostiene il Rapporto, stimando che annualmente siano necessari circa 105 miliardi di dollari solo per finanziare l’adattamento al cambiamento climatico, specialmente in Asia meridionale e in Africa sub-sahariana.
Una corretta politica demografica ed un miglioramento dell’assistenza sanitaria secondo il Rapporto, aprirebbero un nuovo fronte nella lotta contro le disuguaglianze di genere e la povertà. Politiche di controllo delle nascite potrebbero ulteriormente ridurre le pressioni ambientali rallentando la crescita demografica globale, con la popolazione mondiale attualmente proiettata a crescere dai 7 miliardi attuali a 9,3 miliardi entro 40 anni.
Essenziale, secondo il Rapporto il ruolo indipendente dei media, della società civile e dell’ordine giudiziario nell’esercizio del controllo sull’applicazione delle politiche ambientali. Il controllo dell’ambiente “è previsto in 120 Costituzioni dei paesi membri, ma in molti, afferma il Rapporto, c’è una scarsa attuazione di queste norme”.
Per lo sviluppo sostenibile va fatta un’urgente azione coordinata a livello globale ma devono essere anche promosse le iniziative locali a favore delle comunità povere che possono avere un ottimo rapporto costi-benefici; ne sono esempi la legge di garanzia per l’occupazione rurale dell’India che è costata circa lo 0,5% del Pnl nel 2009 e ha ha aiutato 45 milioni di famiglie, pari a 1 decimo della forza lavoro. La Bolsa Familia del Brasile, prosegue il rapporto, e i programmi Oportunidades del Messico costano circa lo 0,4% del Pnl e garantiscono reti di sicurezza per circa un quinto delle loro popolazioni.
Gli autori del Rapporto prevedono che un incontrollato deterioramento ambientale – dalla siccità in Africa sub-sahariana ai crescenti livelli dei mari che potrebbero sommergere nazioni come il Bangladesh – potrebbero causare un innalzamento dei prezzi alimentari fino al 50% e invertire gli sforzi per ampliare l’accesso all’acqua, agli impianti igienici e all’energia per miliardi di persone, segnatamente in Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana.
Sempre secondo il Rapporto, entro il 2050, in uno scenario di ”sfida ambientale” calcolando gli effetti del riscaldamento globale sulla produzione alimentare e l’inquinamento, l’Isu medio potrebbe calare in Asia meridionale e in Africa sub-sahariana del 12%, determinando una condizione di ”disastro ambientale” con vaste deforestazioni, drammatiche diminuzioni nella biodiversità e un aumento degli eventi meteorologici estremi, facendo scendere l’Isu globale del 15% al di sotto della base di riferimento per il 2050, con le perdite più gravi nelle regioni più povere.

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